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Rubriche Publiweb :  La voce ai lettori

figli e lavoro
solo qualche pensiero


(PUBLIWEB)
FIGLI E LAVORO

Una volta si diceva «fate più figli così vi assicurate l’avvenire». E questo era vero in molti sensi: in senso lato per assicurarsi la discendenza, biologicamente per avere più probabilità di trasmettere i propri geni, in senso materiale per assicurarsi una vecchiaia serena, in pratica avere chi si prende cura di noi quando non saremo più autosufficienti, in senso economico, cioè i figli ripagano i genitori dei sacrifici fatti aiutandoli a loro volta quando essi genitori avranno bisogno di aiuto. Infine in senso pensionistico vale a dire fare molti figli in modo che questi quando andranno a lavorare potranno, con i loro versamenti, pagare le pensioni alla generazione precedente.
Soprattutto quest’ultimo punto sicuramente ha perso validità perché ormai in Italia si può quasi affermare che sono i pensionati che mantengono i giovani e non viceversa. Questo è dovuto a molteplici fattori alcuni dei quali sono:
a) l’invecchiamento della popolazione;
b) l’aumento generale del tenore di vita;
c) l’innalzamento del livello di scolarizzazione;
d) il rifiuto di molti giovani di fare lavori non ritenuti qualificanti per gli studi da loro fatti;
e) la forte riduzione della natalità.
L’ultimo fattore è molto interessante perché può essere spiegato in diversi modi. Una recente interpretazione afferma che fare pochi figli è una sorta di autodifesa del cittadino. Mi spiego meglio. La società in cui viviamo crea determinate attese di vita e poiché ci accorgiamo che avremmo delle grosse difficoltà ad assicurare ai nostri figli l’inserimento in queste aspettative, ci rifiutiamo di mettere al mondo dei nostri discendenti ai quali non possiamo dare un tenore di vita adeguato.
Un altro fattore interessante da commentare è il punto d).
La grande crescita del livello di istruzione ha dato vita ad un enorme paradosso: da un lato molti giovani rifiutano di fare lavori che non corrispondono alle loro aspettative e quindi rifiutano mansioni che i loro padri avrebbero accettato ben volentieri, realizzando così ad un pauroso aumento della disoccupazione. Dall’altro lato si guarda con paura ed avversione ai lavoratori stranieri che sembra “rubino” il posto ai nostri disoccupati accettando proprio quei lavori che i giovani rifiutano di fare.
Qual è il rimedio? Probabilmente c’è un’unica via di scampo. Cambiare totalmente la nostra mentalità e vedere le cose non più in una logica di economia nazionale, ma aprire il nostro orizzonte ad una visione mondiale organizzando diversamente il mercato del lavoro e soprattutto cambiando il sistema pensionistico.
Per esempio: se non c’è un posto di lavoro ad alto livello per tutti bisogna per forza permettere ad altri popoli di entrare nel nostro paese per occuparsi delle mansioni di basso livello. Ma questo non significa far entrare chiunque, da qualunque parte e anche quando non c’è possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Quindi leggi sull’immigrazione molto più severe e soprattutto fatte rispettare. Ciò migliorerebbe la vita di noi italiani e di chi viene da noi per lavoro. Ma questo è un altro discorso che sarei lieto di approfondire anche con l’apporto di altrui opinioni.





Rubrica sulla terza età a cura di
Luigi Dellatte