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Rubriche Publiweb :  La voce ai lettori

SINO ALLA MORTE
racconto


(Publiweb) -

Un piccolo crocchio di donne si affollava attorno alla Madame, vociando. Io le osservavo da poco lontano, ben sapendo che non avrei potuto ottenere le loro stesse attenzioni non capendone il perché.
L’età delle donne era varia, alcune giovanissime, altre più mature ma sicuramente avvenenti. Non potevo intuirne i colori degli abiti né le forme del corpo, sapevo che erano brune, dallo sguardo ammiccante, dalle labbra sicure.
Allungando le mani verso ognuna di loro, la Madame poneva nei palmi delle donne una sostanza gelatinosa e luminosa. Era per quella sostanza che mi trovavo lì anch’io e di cosa fosse composta o di come adoperarla non mi preoccupavo.
Sapevo che avrei potuto trovare la Madame sempre lì, eretta e scultorea al bivio tra due strade sterrate e impolverate. Esattamente all’incrocio, oltre: nessuno. Ma ogni volta ero costretta a tornarmene da dove ero venuta. Da dove ero venuta?
A mani vuote.
La Madame scuoteva appena il capo nella mia direzione ed abbassava gli occhi intenerita dalla mia assiduità.
Poi scompariva tutto fino all’incontro successivo.
Qualcuno, tempo addietro, mi disse che avrei potuto rivolgermi a lei per curarmi, che la Madame mi avrebbe offerto la soluzione ai miei mali, che ero proprio il tipo di donna che avrebbe aiutato volentieri.
Invece così non fu.
Mai.
Nel mio mondo non esistono giorni, né corpi, né fretta, perciò non so dire quando avvenne che la Madame mi parlò.

- Troverai qualcun altro che ti aiuterà.

Non fu necessario chiederle dove o quando, qualcun altro si materializzò all’istante.
Era un’entità vecchia, ingobbita e stanca, non ne riconobbi il sesso, non aveva importanza, era una figura scura, mobile, difficile da trattenere nella coscienza dalla voce roca e sgradevole.

- Sei al limite, tu vuoi andare oltre ma ti serve una dose massiccia di coraggio, eccolo.

Lo presi da mani secche ed eteree e me lo infilai in bocca all’istante.
Possedevo il pensiero ma non la facoltà di ragionare una scelta, ciò che mi si proponeva io accettavo, senza discutere.
Con chi discutere?
Non si discute il coraggio.
Tornai al bivio ma la Madame non c’era più e le due strade, egualmente identiche, mi si piazzarono davanti in tutta la loro crudezza, irregolari, ampie, mal terminate, per nulla attraenti.
Identiche.
Impossibile la scelta di fronte all’eguaglianza.
Non un misero alberello a farmi preferire l’una all’altra, nessuna figura ad attendermi all’orizzonte, nemmeno la casualità ad aiutarmi.
Possedevo il coraggio ma non la paura: paura di consegnarmi nelle mani del fato, nel cammino del destino.
Cosa c’era da valutare nella parità assoluta, in assenza di timore?
La vecchiaia tornò a trovarmi.

- Eccoti anche la paura – disse.

Non servì ingurgitarla, la paura si respira.
Tremando fin nelle ossa, presi un sasso e lo calciai innanzi a me. Quello scelse la strada di destra ed io m’incamminai, rasentando il ciglio che mi pareva più sicuro sebbene non transitasse nessuno.
La luce era accecante e, nonostante non avvertissi nessuna sensazione di calore, la mia mente colava sudore.
La strada mi si proponeva retta, priva di pericoli, di imprevisti, di trappole; la percorsi a lungo, pur non sapendo per quanto. Camminai e camminai e camminai.
Mai nulla di diverso da una strada sterrata. Mi fermai, non per riposare ma per guardare attorno.
Attorno non c’era.
Come fossi inghiottita dalla privazione.
Tornò solo la figura ombrosa a farmi compagnia.

- Ora hai bisogno del pericolo, tieni.

Il pericolo mi entrò nelle viscere passando per l’ombelico e subito incespicai in una radice che non avevo notato.
Calò il buio sul mio cammino e fui costretta a rallentare il passo e ad aguzzare una vista precaria, resa nervosa da alcuni suoni sconnessi e afoni.
Nel mio mondo ci sono solo volti: donne per lo più ed un uomo. Ma qui nemmeno ombre attutite dalla notte, solo un flebile ricordo di non so chi.
Avvertii freddo, non sulla pelle ma nei risvolti di una nostalgia malinconica che non seppi ormeggiare a nulla.
Ricevetti in dono anche la memoria che mi infilzò il capo facendomi traballare.
Possedevo molto: coraggio, paura, pericolo, memoria, contenevo tutto come fossi un’ampia sacca in cui ballavano troppo alcune gemme, graffiandosi. La sensazione era quella di un vuoto da colmare, di una capienza eccessiva, di un’energia sprecata; il languore mi eccitava i sensi.
Avrei voluto chiedere.
Forse anche piangere.
La solita figura mi regalò ancora il pianto, il dolore, la sofferenza, la voce e tutto ciò che la mia sacca avrebbe potuto contenere.
Ero qualcuno adesso.
Ma chi?

- Eccoti l’identità.

Che mi si appiccicò addosso come un cerotto su di una ferita.
Ed ogni gemma, stipata nel mio bagaglio immaginario, se ne stava immobile senza più sfregamenti ad intaccarla. Mi sentivo pesante, troppo pesante, non riuscivo più ad avanzare. Come una bestia da soma, procedevo infelice e lenta, senza sapermi sottrarre.
Alzai il capo e riconobbi il mio obiettivo, ricordai il passato, seppi perché ero lì: desideravo distaccarmi dai miei confini, riconcentrarmi nel mio nucleo, stringere il centro della mia massa incorporea.
Ma per farlo dovevo abbandonare le mie gemme, dovevo farmi più povera, liberarmi del coraggio e via via di tutto il resto. A malincuore restituii alla mia ombra il suoi doni preziosi, che li riscosse senza trapelare nessuna emozione e il mio cammino riprese libero e la luce tornò ad abbagliarmi.
E mi ritrovai allo stesso bivio, con lo stesso crocchio di donne e la stessa Madame che mi disse:

- Non ho nulla per te, ricomincia da capo.

E così feci sino alla morte.





RACCONTI - Rubrica a cura di Alessandra Nassuato