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Rubriche Publiweb :  La voce ai lettori

Gassman,Mattatore fino all'ultimo
Solo la Dea Nera poteva fargli il Sorpasso


(PUBLIWEB)
Mattatori si nasce, Mattatori si muore. Vittorio Gassman, simbolo di un’Italia che si è immaginata, si è vissuta e si è lasciata alle spalle il boom economico è stato così dall’inizio. E non ha mai smesso. Neppure in questi ultimi anni segnati dalla depressione, il famigerato Male Oscuro che Giuseppe Berto scrittore artista celebrò. Vittorio Gassman recitava con piglio grandioso ed era Otello, Amleto, Edipo e la sua Orazione di Marc’Antonio si alzava epica verso il cielo. “Friends, Romans, Countrymen”. Shakespeare gli dava la smorfia tragica e cinica e poi arrivavano i personaggi overcarichi d’ironia e il Riso Amaro accanto alla Mangano e quel personaggio malandrino che giocava sempre a testa e croce col destino anche ne “Il sorpasso” ed era furbo, furbo fino a sfidare la sorte come l’italiano medio che mai e poi mai si arrenderebbe subito ad un ruolo di perdente. Ma era il “zagaja” de “I soliti ignoti”, voglia di scappar via col bottino sempre frustrata e poi Brancaleone in corsa verso le Crociate. Era il boom e il contro-boom quando gli anni d’oro se n’erano andati e C’eravamo tanto amati, bravo chi fa tana per primo ed è più dritto degli altri e ruba la donna all’amico e si fa la macchina sgargiante.
Sogni di provincia dipinti così, come affreschi d’autore e pugili suonati ormai condannati a prenderle fino a scoppiare pur di non gettare la spugna. Italiani incisi su marmo, intagliati a misura e dismisura come oggi i boccali di birra e le scritte invasate con le bombolette spray sotto le ferrovie. Vittorio Gassman s’era depresso forse a vedere come gli italiani continuassero in eterno a rifare il verso a se stessi e pensassero di esser diventati di colpo davvero yuppie e snob solo perché mettevano il gel ai capelli ed inseguivano sogni da Mediaset e uomini in carriera. S’era forse avvilito di come la commedia all’italiana fosse scivolata su una volgarità stantia, mai più illuminata da guizzi d’estro. Gassman era teatro colossale e impetuoso ed era le sue donne conquistate con il suo carisma e il fisico fiero e tante mogli, tanti figli. Paola che lo seguiva nei passi teatrali ed Alessandro che chiedeva la sua eredità nel cinema e prendeva per mano l’altro figlio d’arte Gianmarco Tognazzi alla ricerca d’avventure e trionfi forse velleitari. Non basta un nome celebre per ricalcare sentieri eroici.
Gassman era mattatore per nascita e la Tv il cinema il teatro ne hanno potenziato l’effetto, negli anni. Il suo nome era scuola di recitazione possente, uno schiaffo in pieno viso ai gigioni gonfi di presunzione. Shakespeare o la tragedia greca era roba per attori veri e Gassman era anche qualcoas di più. Era animale scenico vibrante e tempestoso. Mai scontato. Quando ho visto il remake di “Profumo di donna” fatto da quel mostro di Al Pacino ho pensato a lui che quando interpretò la prima edizione aveva al fianco l’astro nascente Alessandro Momo, destinato a fine precoce e voleva forse dargli un ideale passaggio di consegne, battezzarlo attore, svezzandolo dalle malizie made in Samperi. Non visse a lungo Momo per seguirne le orme. Ma per Gassman non ci fu mai tramonto. E’ rimasto mito fino all’ultimo, esiliandosi un po’ dalle scene, limitandosi a sporadiche apparizioni come la performances per regalare la grandezza di Gregory Corso ai pivelli illetterati e riflettere su quel che era stato.
Mai sazio di vita finché non ha deciso di abbandonare il proscenio aperto. Aveva abbastanza preso e scucchiaiato trionfi, amori, successi, creato scuole, scolpito personaggi intensi, drammatici e comici, sempre bollati da un suo marchio infallibile.
Antipatico? L’ho forse immaginato così anni ed anni fa, trovando sempre troppo perfetta la sua ineffabile arguzia e disinvoltura da mattatore e Brancaleone del palco, dietro una telecamera, davanti ad un pubblico. Eppure un giorno, trovandomi a tu per tu con lui non ho visto che un grande artista dal sorriso dosato ma disponibile, dalla parola efficiente e chiara, mai assassina e sempre appagante. Un vero “grande” che non giocava a far l’istrione esaltato e si raccontava con gusto, con sagacia, con confidenza sapiente.
Vittorio Gassman ora è lì accanto ad altri grandi del periodo d’oro della commedia all’italiana. Dei grandi “macchiettisti” del cinema e della TV. Con Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Bramieri,. Ritagli d’infanzia vissuta all’ombra di Grandi guerre e Mostri, commedie ad episodi e prese in giro scottanti e intelligenti di una realtà che scottava. Lui ha intagliato la sua comicità gigante nella vena epica di grande interprete da palcoscenico. Sudore e voce spiegata come solo un teatrante può. I Rgantino d’oggi nascono in strada e nei talk-show. La sua intonazione da protagonista nasceva da ingegno naturale e scuola immensa. Con Gassman se ne va un pezzo d’Italia che sognava ancora. Doveva ricostruirsi su cenere di guerre e disastri, rubare le Lucky Strike agli americans e salire a bordo delle prime spyder. A volte qualcuno, per un sorpasso azzardato moriva vittima delle sue stesse ambizioni. Gassman è sopravvissuto ai vizi e alle follie gigione ma pochi come lui hanno messo la loro firma ad un cammino di polvere ed altari .Ancora insuperato, mai doppiato sulla linea del traguardo. Colto all’improvviso dalla Dea Morte, l’unica in grado di fargli un Sorpasso, nel pieno del sonno. Forse immedesimato in suo ultimo, cruciale, avviluppante monologo fra fuochi alti accesi per immolare vittime sacrificali agli dei o Lady Macbeth irridenti e stregonesche. Oppure solo piccole bande di soliti ignoti dediti a rapine milionarie come i sogni degli italiani canzonettisti. Perché nell’ironia come nella tragedia, nella vis comica come in quella drammatica, Mattatore si nasce e nient’altro che Mattatori si può morire. E di Gassman ce n’è stato uno. Ancora in attesa di un degno erede.


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