(PUBLIWEB)
E’ tornato a far rock da top-charts abbandonando per un attimo il ciak, la “faccia d’angelo” del New Jersey. John Bon Jovi, italo-americano di radici sicule. E’ uscito “Crush”dopo tre anni di attesa per i fans del gruppo ed ora si va con il tour che porterà a settembre in Italy il fascinoso John. E nel presentarlo, i mensili specializzati che erudiscono il teenager del nuovo millennio, spendono grande spazio ad illustrare com’era BonJovi agli esordi e come via via, si è staccato dall’immagine del rocker sanguigno “duro” per allinearsi su linee più morbide e patinate. Il Bon Jovi pioniere vestiva in t-shirt, chiodo e anfibi e portava il capello cotonato lungo; oggi Bon Jovi è griffato dalla testa ai piedi, fa grossi incassi al botteghino (U-571, storia di sottomarini in salsa thriller ha fatto strike ed ora John è impegnato a girare “Pay it forward” al fianco di Kevin Spacey) e strizza l’occhio alle mamme più trendy. Ed ascoltando il rock da FM, ottimo per autoradio miscelato con le classicissime ballads struggenti tipo “Thank you for loving me”(preparate gli accendini al concerto) ti ricordi cosa si diceva di Bon Jovi quand’è uscito alla ribalta dell’hard rock e strabuzzi gli occhi a leggere che correva l’anno 1987. Come se fosse l’età della pietra. Ma non puoi sentirti Flinstone.
Questo “Crush” è un buon disco, John è ben amalgamato col tastierista David Bryan e il batterista Tico Torres e “These days” , il precedente pluriosannato album della band ha trovato un ottimo erede. Ma il punto non è questo. Non ti puoi sentire Flinstone perché tu il Bon Jovi di allora te lo ricordi. Era un bel faccino dolce con tanti capelli e una grinta gagliarda. Ti offriva il suo hard-rock morbido morbido, a volte più flautato a volte più ruvido. Ma non c’entrava molto con l’heavy metal dei Metallica e dei Motorhead. Diciamo la verità, era un gradino sotto anche rispetto allo street-metal che avrebbe portato i Guns &Roses in vetta alle top charts al punto da conquistare anche gli odiati panozzi, rivali giurati dei metallari. Non c’entrava molto neppure col glam-metal di Vince Neil dei Motley che fischiava dietro alle spogliarelliste bionde (e il batterista Tommy Lee famigerato per i suoi amori d’alto bordo e...serial gli teneva boccia), né con la goliardia furente dei Poison, né con il ghigno dei L.A. Guns né con tutto quello che era il glam opposto al thrash. Ma ora, a spiegarvi tutto, dovrei metter su un comizio e non voglio farlo. Non è questa l’area giusta.
Mi ricordo solo che, quando Bon Jovi teneva un concerto, i metallari veri piazzavano un “bleah” beffardo e storcevano il naso. Beh, un conto erano i Def Leppard appena più soft che sfoggiavano anche un tantino di lirismo ma pestavano e come. Non si risaparmiano davvero, i ragazzi del Leopardo Sordo (traduzione quasi letterale)e Steve Clark ci rimise anche la vita, a forza di recitare il copione del rocker ribelle, genio e sregolatezza, sex&alcol&drugs e buonanotte gioventù. Ma Bon Jovi era come gli Europe, i fortunati Europe di Joey Tempest altro bel faccino che si vissero la loro stagione d’oro con “The final countdown”, scandinavi fiorenti che poi dal vivo non reggevano al confronto con l’incisione in studio e squadravano il tempo e sballavano il ritmo e suonavano molto peggio di tante garage-bands di ragazzotti di periferia e guai a te se spendevi gli unici soldi messi da parte per vederli al Palaeur perché poi li rimpiangevi a vita. Bon Jovi era un gran bel faccino e un hard-rock all’acqua di rose. Non bastavano la felpa nera e il cinturone borchiato per sentirlo davvero “heavy”. Era un hard rock per signorine, divevano i “tamarri” duri duri. E organizzavano un raduno tipo kontrofestival fuori dallo stadio dove si esibiva John e suonavano negli stereo un po’ scassati, anche nelle autoradio delle loro vecchie Renault o Citroen i dischi da sballo vero, magari i Judas Priest o, se erano glamsters, i Kiss. Tutto fuorchè vederselo davanti, quel finto metallaro dalla faccia troppo pulita.
Il tempo è andato. Si è passati attraverso il grunge dei Nirvana del mitico Kurt finito in un colpo troppo violento, bruciato verde come troppi angeli-diavoli caduti in volo. Oggi ci sono i Red Hot Chili Peppers e i Pearl Jam a tenere in sella l’epopea Seattle, si è attraversato il cross-over ed il rock è giunto al capolinea del brit/pop in un balzo solo. Le ragazzine si dividono fra Backstreet Boys, Five, Ultra ed ecco spuntare i NSYNC, nuova alternativa di boys-band. Direttamente partoriti dal mito dissepolto dei Take That. E’ l’era di Britney Spears e già le Spice Girls mostrano forse la corda, clonate in troppe bands al femminile di simile baldanza. Di metal puro, ruggente c’è rimasta la stirpe dei Sepultura ed altre frange estreme ancora un po’ schiave del satanismo e della death-philosophy. Ormai Marylin Manson ha piantato i suoi pilastri per un tendone che toglie la visuale un po’ a tutti e ci si destreggia fra musica ballabile in discoteca e musica da ascoltarsi in cuffia e i confini a volte si attenuano e arriva il DJ figo alla Fatboy che contenta un po’ tutti..E prosperano ancora i vecchi leoni come Elton John e Peter Gabriel. E le armate hip-hop. C’è posto per tutti.
Però, questo Bon Jovi ormai divo da copertina tutto “griffato” che piace alle mamme e alle figlie non ci stupisce neanche un po’. Ha 38 anni e non più 25, ha cambiato look e pettinatura. Non ha deviato troppo dal suo repertorio. Non è un James Dean improvvisamente risorto nei panni di un Leonardo di Caprio. Quello sì, farebbe davvero sensazione. E’ solo un Bon Jovi...figlio di se stesso. E’ che sono cambiati i tempi (ed il rock )e l’immagine spadroneggia quasi più di allora. E’ che lo show-business si è ulteriormente esasperato e piace tanto far vedere alle ragazzine che il Bon Jovi diventato marito e papà è stato “figo” anche da ragazzo e ne ha fatte più di Bertoldo in Francia però….poi alla fine, preparate gli accendini che vi fa la ballad strappacore e se vi stringete forte al vostro boy-friend minorenne quanto voi, poi a fine concerto si “cucca”, come dicevano i vostri fratelli maggiori panozzi.
A questo punto mi chiedo se ho parlato bene o male di John Bon Jovi. Mi chiedo se la mia fede di glamster di vecchia data ha retto al colpo e quanto sono cambiata anch’io da 15 anni a questa parte. E mi rispondo un “mah” grande come un Palaeur e dico che se si è fatto il “pienone” per Gigi d’Alessio, viva laf accia se riuscirà a farlo anche Bon Jovi. E che tutto è relativo come diceva un certo Einstein. E con i Ricky Martin e gli Enrique Iglesias che girano, ridateci un po’ di vecchio glam-metal festaiolo e grintoso e vi spaccheremo il mondo. E datemi pure del Flinstone, ma per me era meglio pestarsi coi fans dei Duran che ascoltarsi gli Aqua e Britney Spears. Parola di ex metal/kid. Parola mia.
Nonsolorock - Rubrica a cura di Patricia Wolf Pseudonimo dietro cui si cela una apprezzata e brillante scrittrice e giornalista, autrice quest'anno di

A sedici anni ero uno dei Byrds
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