(PUBLIWEB)
Nasceva cent’anni fa il grande Eduardo. Una “maschera” segnata dalla grandiosità del suo genio, dalla sofferenza, magia totale e capacità artistica infinita. Oggi, al di là di ogni evoluzione telematica, in piena era di effetti speciali e tridimensionali e rapidissima esplosione della comunicazione “in tempo reale” è impossibile non cedere ancora al richiamo delle sue stupende creazioni ed interpretazioni dove tutto è estremamente naturale, mai patetico, vivo e presente come mai cancellato. Neppure dalla sua scomparsa. Mentre l’Oriente si accaparra gli Oscar, nascono e si consumano in fretta gli astri del pop e del rock, il varietà televisivo si affida sempre più all’erotismo spicciolo per sfondare ed il teatro spesso langue di nuove di talenti, Lui rimane inimitabile e mai emulato.
Edoardo nel teatro sta a quel che Hitchcock fu nel cinema. Non ha bisogno di “rivisitazioni” per farsi accettare. Quel che è grande, in pittura in architettura in poesia in prosa così come in teatro e nel cinema resta davvero attuale e resiste al tempo. Impossibile ricreare le atmosfere eduardiane oggi. L’eccezionale dolceamara ironia di un “Natale in Casa Cupiello”, quel “Lucariè, scétate sò è 'nnove” e poi il piglio beffardo di “Non ti pago” e la suggestione di “Questi fantasmi”, il ragù e a tazzulella ‘è cafè alla napoletana sono patrimonio di una tragicomicità che è stata sua e di nessun altro. Eduardo appariva e riempiva la scena con le sue mille impercettibili sfumature. Le sue risate improvvise e nate “da dentro”, come le sue voci e la maschera tragica nel suo volto ascetico scavato che Massimo Ranieri vorrebbe tanto aver ereditato per portare avanti la tradizione napoletana. In tanti, in questi giorni hanno ripercorso, attimo dopo attimo i momenti eccellenti della sue indimenticate commedie-tragedia. Quel che gli Eschilo, Sofocle ed Euripide crearono per primi nell’antica Grecia assieme ad Aristofane o Menandro e poi ancora Terenzio e Plauto più avanti, gli autori che diedero al teatro i fasti neonati per lasciar poi spazio ai Goldoni, ai Govi, ai Pirandello, ad Edoardo riuscì sempre. Non gli partì un colpo sbagliato. Mai.
Il teatro è apparentemente “fiction” e riproduce invece la vita quotidiana, puntando la lente d’ingrandimento sulle sfumature infinitesimali, dilatandole in riflessioni esistenziali, ironizzando sui suoi particolari più eclatanti. In modo “naturale”. Senza troppe “gigionerie” inutili. Senza enfasi in surplus. Eduardo è stato Immenso in tutto ciò. La disperazione di “Filumena Marturano” , “Napoli milionaria”, “Sabato domenica e lunedì ” trovarono spazio anche nelle versioni cinematografiche. Non si può negare che quasi sempre riuscirono a mantenere la loro intensità. Ma Eduardo “in scena” era davvero qualcosa di diverso. Una sua smorfia, una ruga che si animava improvvisamente nel silenzio assoluto scatenava l’applauso. Quel suo modo istintuale di “dire”, comunicare col pubblico era più che una recitazione. Qualcosa che nessuna scuola può insegnare perché appartiene all’uomo, anzi all’indole geniale che nessuna macchina può inventare, nessun maestro può inculcare. E’ forse allora inutile affidarsi alle tecniche di perfezionamento se non si nasce istrioni? Forse no. Certo, è inevitabile dare a personaggi come Eduardo un piedistallo eccelso perché anche il termine “Maestro” è riduttivo per identificarlo. Visto che qualsiasi suo allievo non potrà mai ripetere la sua sublime prepotenza creativa, scenica ed interpretativa.
Davvero nella vita gli esami non finiscono mai e la sua filosofia partenopea va molto oltre una circoscrizione geografica. Bossi o no, il linguaggio di Eduardo oltre ad essere fuori dal tempo è fuori dallo spazio in cui è nato. E’ linguaggio mimico (e filosofico) , fatto di sofferenze e gioie troppo universali per lasciarsi chiudere in confini. “Addà passà ‘a nuttata” è profondamente vero per chiunque, ovunque e sempre. La sua arte di artista controverso, a volte rabbuiato, dai rapporti familiari e interpersonali difficili è l’arte del grande genio. “Maledetto” forse anche lui come tutti coloro che hanno una marcia in più. Ma profondamente umano, paradossalmente proprio nel suo distaccarsi totale dal resto dell’umanità. E guardando le sue opere, allora come oggi, si comprende che gli istrioni "naturali", i veri artisti non finiscono mai. Nascono e non muoiono mai realmente. E sanno toccare le corde dell’anima e del cervello come nessun pseudo-capolavoro confezionato in studio potrebbe mai. Grazie, Eduardo.
Nonsolorock - Rubrica a cura di Patricia Wolf Pseudonimo dietro cui si cela una apprezzata e brillante scrittrice e giornalista, autrice quest'anno di

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