(PUBLIWEB)
Ed è stato iperbolicamente Giubileo biancazzurro. La Vecchia Signora Juve si è impantanata al “Renato Curi” di Perugia in un’ultimissima di campionato durata off limits. Ha rivinto la Lazio dopo 26 anni. Ed il pensiero mi è schizzato veloce come un fulmine a quel 12 maggio 1974. Quindicesimo minuto del secondo tempo. Colla tocca il pallone con braccio in area e l'arbitro Panzino fischiava il rigore. Chinaglia contro Trentini il portiere foggiano. Gol decisivo. E la Lazio fra i cori fragorosi che somigliano troppo a quelli d’oggi si porta a casa il suo primo scudetto. Era il “74 del referendum per il divorzio, aria di femminismo e assalti fra rossi e neri. “Soleado” nei juke box assieme a Baglioni. Il “74 che vide Long John Chinaglia svettare capocanniere con la sua stazza caracollante e i suoi tanti litigi in squadra. In porta, Felice Pulici che come un condor vigilava e volava ovunque,. Pinotto Wilson figlio d’ambasciatore dominava il reparto di retroguardia e poi Petrelli ex romanista, terzino fluidificante spesso costretto a marcare l’ala avversaria e Oddi detto “Tufello” bello stopper grintoso. Ed ancora i due maratoneti di mezzocampo. Gigi Martini che s’involava sull’out. Pochi capelli al vento, lui abituato a planare sugli aerei, gettarsi col paracadute ed esercitarsi al poligono assieme al suo gemello Re Cecconi deto Cecco. Eccola, la Lazio che poteva crederci, finalmente. Dopo tanti tormenti in B, saliva fino al picco vincente. Re Cecconi detto “Cecco”, chioma bionda quasi albina, aria spiritata. Parà e pistolero troppo velleitario. Quel giorno che gli venne in mente lo scherzo balordo e si presentò in gioielleria al Fleming a sfidare le paranoie del gioielliere già plurirapinato, un colpo gli tolse la voglia di scherzare. Ed anche la vita. Ma quel giorno era ancora lontano, in quel 12 maggio “74 del primo scudetto biancazzurro.
Vinceva la Lazio del collettivo, del football atletico e spumeggiante nell’anno che avrebbe consacrato nuova forza europea l’Olanda al campionato vinto dalla Germania. La Lazio col presidente di gradazione alcolica Umberto Lenzini che faceva grandi giri di campo per raccogliere i consensi del pubblico. Sul manto verde, svettava anche Franco Nanni che un giorno con un gol da gran distanza spezzò le reni alla Roma del Mago che giurò che mai e poi mai, neppure in sogno a Nanni sarebbe più riuscita un’impresa del genere. A centrocampo correvano, pedalavano, sgroppavano Martini il fluidificante e Re Cecconi, Cecco-Netzer come l’idolo teutonico a cui tutti giuravano somigliasse. E ago della bilancia perfetto s’ingegnava Mario Frustalupi d’Orvieto, già dell’Inter, mezz’ala quasi centromediano metodista, intelligente assist-man, arguta cerniera fra difesa e attacco. Vincenzino D’Amico il finisseur estroso svariava con i suoi numeri d’alto bordo. Mangiava ipercalorico e si prendeva grosse strigliate per le sue sregolatezze tutte rivolte verso mestieranti dell’amore e Long John Chinaglia, curvo e strapotente in progressione, chiedeva palloni da spedire in gol sempre e comunque. All’ala Renzo Garlaschelli giunto dal Lario dribblava e crossava e qualche volta andava in rete lui stesso. Era la Lazio costruita dallo zio Tom, Maestrelli giunto nell’anno della B ‘71-72 quando ancora una vasta schiera di tifosi rimpiangeva Lorenzo l’argentino zingaro che cospargeva il campo e la panchina di sale per ingraziarsi gli dei. Furono caroselli e inni per quella Lazio che già l’anno prima aveva sfiorato il colpaccio e mortificava la Roma ad ogni derby. La Juve piegava la testa e doveva riattrezzarsi per rirprendersi la corona.
Sono passati 26 anni. E di quel collettivo fiondante e turbinoso c’è rimasto solo il ricordo. I campioni d’oggi del football sponsorizzato e spesso sospetto hanno altri nomi e i bambini del 2000 conoscono tutto dei loro prodigi. Io ricordo l’altra Lazio. Quella che per la prima volta salì sul podio trionfatrice. Ricordo quello sventolare godurioso di bandiere e stendardi biancazzurri, la festa degli oppressi finalmente vendicati. La rivolta degli schiavi. Quel momento cruciale del rigore di Chinaglia che poteva dare il titolo tricolore. Quando alle mie spalle di ragazzina ansiosa, un maschiotto troppo focoso cercava un appoggio incauto sui miei jeans. Mi girai di scatto fulminandolo. Gli dissi solo, ad alta voce. “Ma pensa a Long John che segna il rigore-scudetto. Al resto, avrai tempo per pensarci dopo.” Fu un coro di consensi. Erano tutti con me. Per quella Lazio collettivo in tempi di calcio atletico, per il ricordo di zio Tom che se ne andò due anni dopo, per Cecco che si giocò la vita per uno stupido gioco al massacro, per Frustalupi a cui costò fatale una vigilia di Pasqua qualche tempo più avanti, per Lenzini per Ziaco per Padre Lisandrini per tutti i biancazzurri che sono rimasti solo nella memoria collettiva e non potranno esultare, sguaino un immaginario ponte spazio-temporale. L’aquilotto è tornato alto nel cielo. Lasciatelo volare indisturbato.
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