(PUBLIWEB)
Carlo Parola, piemontese schietto di poche parole e grandi gesti atletici, Gauloises fumate accanto a un bicchiere di buon Barolo se ne è andato. La Juve gioca col lutto al braccio. E nella mente di chi ha amato il calcio vero, combattuto ed esaltato sul campo, fra assi indigeni, broccacci e stranieri dirompenti, lui è rimasto l’uomo della rovesciata. Immortalata sull’album delle figurine Panini, mai logorata dal brutale scorrere del tempo. La sforbiciata volante, quasi impossibile ad immaginarsi che gli riuscì la prima volta a metà degli anni 40, poco dopo che ci scrollammo via di dosso la seconda guerra mondiale contro l’austriaco Epp e che gli permise di opporsi lui juventino nell’anima ai granata di Gabetto e Mazzola, di Loik e Rigamonti. Grande centromediano spigoloso e abilissimo a metter ordine in difesa come più tardi avrebbero fatto Facchetti e Burgnich, Picchi, Scirea e Franz Baresi. Un colosso granitico che non amava solo la forza. Sapeva spendere fantasia, anche. La sua rovesciata restò nella figurina. Fu da incorniciare. Nacque sul campo e si stampò nell’idea. Fu epica, più che fragile frammento di vita bruciata sul nascere come troppi gesti d’oggi. Vittima del successo labile.
Parola vinse due scudetti juventini negli anni 50 quando la Juve era Hansen e Praest ed anche Boniperti e il predominio era quasi tutto del Milan del trio Gre-No-Li e un giorno Parola mollò per rabbia un calcione al bisonte Nordhal e se ne andò dal campo, senza aspettare che fosse l’arbitro a indicargli la via dello spogliatoi. Troppo genuino per sottrarsi all’istinto. Leale e sanguigno. Piemontese oscuro eppure grandioso. Allenatore discreto nella prima Juve anni 60, tanto da lasciare che fossero Cesarini e poi Gren a togliergli la giusta gloria ergendosi da Direttori Tecnici mentre lui faceva da semplice allenatore. Cesarini, eh già quello della famosa “zona” doveva accettare le bizze di Sivori “el cabezon” che non amava troppo Boniperti così damerino agli ultimi spiccioli di carriera e quando John Charles il gallese non aveva la zuccata prorompente in area, i bianconeri sbiadivano. Stava crescendo l’Inter del Mago, presto Mito. Parola diceva “sì”. Stringeva fra le sue labbra la sua gaulaoise e chiedeva impegno anche a Benito Sarti e a Cervato quando gli assi mostravano la corda. E tornò alla Juve negli anni 70 per vincere un altro scudetto e mi ricordo ancora di lui. Distinto e senza orpelli. Non certo fascinoso e ammaliante come mi sembrò Radice al primo approccio, ma bravo conducator. A me timorosa al cospetto di superassi come Causio Capello Anastasi e Bettega, spianò la strada con saggezza e decisione. Grandi assi, sì. Ma ora, beccatevi l’intervista. E intervista fu. Il Carletto della gaulaoise e della rovesciata era davanti a me ed io che me lo ricordavo sulla copertina dell’almanacco Panini, simbolo di un’epoca solo immaginata, mai vissuta, sembrò un gran bell’esempio di un calcio che stava già svanendo. Era arrivato il grande modello olandese, il team del football a tuttocampo aveva affascinato anche me perché abbinava all’atletica e alla sagacia tattica anche la strapotenza e il genio di un Crujff.
Parola era uomo d’altri tempi e amava del calcio oltre al vigore muscolare, la fantasia. Lo disse anche ai ragazzini degli anni ’90 ormai acculturati solo di tattica, incapaci di dar del tu al pallone: imparate a palleggiare, prima di mandare a mente a pappagallo l’abbiccì dei 4-2-4, 4-3-3, zona e uomo. Ma chi lo ascoltava più? E’ solo quando serva lo spunto vincente di un Robybaggio e non se ne trova quasi più su campi ormai dominati da striscioni razzisti, sponsor, miliardi, stranieri imbottiti di grana e talenti duri da coltivare in patria, che si rimpiangono i grandi d’un tempo. E ci si perde a far confronti e a domandarsi chi potrà essere il nuovo Pelè o il nuovo Sivori o il nuovo Maradona. Forse, nessuno si domanda chi sarà il nuovo Parola..L’uomo che gli rapirà la copertina di un almanacco per un gesto altrettanto plateale eppure così facile per lui, senza neppure ricevere mai i diritti d’autore. E lui se n’è andato così, in silenzio, distrutto dal suo male. Ed ora che mi fermo a ricordarlo, schiava di un ricordo forse ingiallito nei meandri di un’infanzia piccola e immensa quanto una figurina, penso che potevo dirglielo quant’era forte e inarrivabile nella sua rovesciata che sprizzava estro e forse non gliel’ho detto per l’emozione di troppe interviste da fare per il grande quotidiano sportivo, forse perché era juventino e io ho sempre tifato Inter o Toro, vedendo nella Juve il sinbolo del Padrone da sconfiggere e immagino di dirglielo ora e vederlo sorridere gagliardo, sommerso dal fumo delle sue sigarette da duro e schermarsi un po’. E così, scaccio via dal viso un’ombra di quel fumo e ne conservo appena un attimo tra le labbra il sapore. Quello che contrasta le mode sintetiche e il luccichio falso e costruito dei robot e dei videogames che hanno cresciuto un’altra generazione ed ha forse il gusto appena un po’ amaro del buon vino piemontese e di tutte le cose che potrebbero essere e, con struggente vena nostalgica gozzaniana, non sono state. Addio, Carletto.
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