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Rubriche Publiweb :  La voce ai lettori

FUORI DAL MONDO
Ovvero dove si trova il cuore


(PUBLIWEB)
Forse non tutti lo sanno, ma in questi giorni c'è un film italiano, Fuori Dal Mondo, a torto classificato come film drammatico, che segna invece il ritorno dopo molti anni del cinema d'avventura made in Italy.
Non ci sono Pietre Verdi, non Arche Perdute, ma cuori e vite in corso d'opera, come fotografie che lentamente si sviluppano. Detective dell'anima che indagano sulla propria natura e sulla ragione del proprio indagare. Fuori Dal Mondo è un inatteso, limpido capolavoro, fine e forte nella forma e nella scrittura.
Il problema che pone è presto detto: una suora alle soglie dei voti definitivi si ritrova con un bambino tra le braccia e scopre che dentro di lei ci sarebbero mille altre esigenze, mille altre voci che potrebbe seguire. Il film narra il percorso di quest'indagine che esteriormente si dipana come indagine sull'identità dei veri genitori del bimbo, e interiormente come indagine sulle potenzialità di madre, di donna, che la giovane novizia compie su se stessa.
Vi sono al mondo mille ordini, mille squadre, mille schieramenti cui appartenere. Partiti, tifoserie, lavoro. Ognuno di essi ha una finalità, delle regole, una dignità. Un codice d'accesso. Il Convento, la lavanderia di Silvio Orlando, la gelateria dove trovare un lavoretto. Divise, discipline, appartenenze diverse. Ma, sembra suggerire il film, nessuna appartenenza, sia essa la più mistica o pure la più semplice e concreta, potrà mai soddisfare il nostro bisogno di trovarci, di prendere il filo del nostro cammino. Quello è un livello di risposta che non troveremo nei partiti, non nella squadra di calcio, non nel nostro lavoro, e nemmeno nella nostra vocazione più alta. Siamo di più, sembra gridare a bassa voce questo film, di tutto quello di cui facciamo parte, di tutto quello che facciamo o che pensiamo di dover fare.
Nemici, in questo percorso di conoscenza di noi stessi, ce ne sono moltissimi. Una madre che va a dissuadere la propria figlia dal percorso che sta per scegliere, simbolo forse di tutti quelli che sanno sempre cosa dovremmo fare, che sanno cos'è bene per noi e che si premurano sempre di farcelo sapere (ma simbolo anche nostro, forse, quando siamo noi quelli che sanno qual è il bene degli altri...). Una Madre Superiora, specchio rovesciato della madre naturale di cui sopra, che pure tenta di dissuadere la nostra protagonista dalla via del convento, piccata come si ritrova nel suo orgoglio dai dubbi della ragazza.
Paradosso dei paradossi, chi ci aiuta a trovare noi stessi ? A dispetto del nostro correre a chiedere consiglio da chi sta meglio di noi, da chi è più "realizzato" di noi, spesso, sembrerebbe dal film, ci può aiutare chi sta peggio di noi. Ovvero chi si lascia interrogare dalla vita, chi sente di non riconoscersi a fondo nel proprio mestiere di gestore di lavanderia, o per lo meno di non risolversi tutto lì, e accetta di non giocare a nascondino con i suoi giorni. Uomini fuoriusciti, scappati, evasi in ricerca, assai più labili degli splendidi integrati, realizzati, vincenti. Ma uomini e donne uniti da un filo che non conosce divise perché le trapassa tutte, che è il filo di chi capisce di averlo perso.
Tra una madre sicura di ciò che è e di come vada vissuta la vita, e una Madre Superiora assolutamente identica nella sua graniticità, il gestore di lavanderia si lascia interrogare da questo bambino e si chiede se possa essere padre, se possa essere marito, se ci si possa innamorare di una suora, se sia possibile un triplo salto mortale tra gli schieramenti così rigidi di questo mondo, e incontrarsi al di là dei muri.
Non sveleremo il finale anche se non si tratta di colpo di scena mozzafiato, ma perché è un punto d'arrivo sofferto e amatissimo alla fine del cammino di questo film.
Rimangono molte cose nella mente e nel cuore dopo Fuori Dal Mondo. In particolare, ci sembra, la percezione della nostra sicurezza in noi stessi, del nostro senso di onnipotenza che trova la sua radice nelle imprudenze che abbiamo commesso e non abbiamo pagato, che ci hanno fatto illudere di essere immortali e esenti da rischi di ogni tipo. Una notte d'amore improvvisata e occasionale, il nostro non pensarci più, il nostro buon senso mai messo in crisi da mille precauzioni tecnologiche che si possono prendere per non "correre rischi". E invece la vita viene a riprenderci con i suoi rischi, e si dimostra benigna in questo film, perché attraverso la paura e il dolore si pone come occasione di crescita e di maturazione.
Ecco giungere, alla fine del film, il momento delle scelte grosse, definitive, dalle quali probabilmente non si torna indietro. Un tempo per ogni cosa, sembra dire Piccioni, splendido regista di questo film: un tempo per innamorarsi di una strada, o di una persona; un tempo per mettere in crisi questo amore; un tempo per scegliere di nuovo. Definiremmo questo film un film sulla ri-scelta, nuova primavera del nostro cammino che ciclicamente viene a darci forza dopo l'inverno delle crisi. Giusto domandarsi, giusto dubitare, ma inevitabile capire a un certo punto che "finché non si sceglie, tutto è possibile ma nulla è reale".
Inutile aggiungere complimenti per la fotografia di Bigazzi, desaturata e controllatissima, livida a tratti, tendente al bianco e nero, che dà un senso di grande rigore e austerità nel film.
La Buj e Orlando non sono mai stati così sobri e profondi.
Un film da vedere, da ripensare, da rivedere dentro di sé... uno di quelli che va avanti dentro, anche dopo i tioli di coda.




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