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IN FONDO AL CUORE
Come perdere tre figli ed essere felici


(PUBLIWEB)
In Fondo Al Cuore si presenta con tutte le credenziali di un film impegnato. Famiglia, sentimenti, ruolo della donna divisa tra maternità e lavoro. Michelle Pfeiffer garantisce sulla carta un livello interpretativo di tutto rispetto, e diciamolo francamente, anche un livello estetico che non guasta mai. Ora, sarà per i trailers televisivi, sarà per le recensioni, sarà per la prevedibilità della vicenda, sta di fatto che in sala tutti quanti sanno perfettamente che la sventurata Michelle perderà uno dei suoi tre figlioletti, così affettuosamente accuditi da papà, certamente di gradevole aspetto ma dallo spessore espressivo paragonabile ad un Big Jim impolverato. Tutta la prima parte, quindi, i minuti che precedono lo smarrimento, passano in realtà in un falso piano d'attesa: chi si perderà dei tre ? Tocca ad uno dei due maschietti, non diciamo a chi per non svelare troppo di questa elettrizzante vicenda, e la disperazione piomba nella vita di questa giovane e ricca coppia.
Minuti, ore, giorni. Il bambino non si ritrova. Scattano i prevedibili sensi di colpa, le reciproche accuse, le cose che si pensano e non si dicono e poi si fanno pagare tutte all'improvviso quando la misura è colma e non si regge più a star zitti. Rimane una battuta efficace nella memoria. Michelle piange a terra disperata e il marito la consola abbracciandola e dicendole: "Lo so... lo so..." Lei risponde: "No, non lo sai, e non lo so nemmeno io..." Si sente la vibrazione di un'intuizione sincera e sintetica, ma quando si ripensa a quest'unico lampo nel corso del film, si ha la sensazione di una vera isola, capitata per caso nel marasma appiattito di questa vicenda.
A questo punto il film si apre dal punto di vista narrativo, ad un momento di massima importanza: la conoscenza dei due genitori, che in teoria si dovrebbe evincere dal loro atteggiamento. Cosa faranno ? Come vivranno il tempo delle ricerche ? E la possibilità di non ritrovare mai più il loro bambino ? Questi passaggi sono essenziali per capire quanto i genitori tengano al bambino e quanto siano quindi disposti a pagare per ritrovarlo. In sceneggiatura si dice "tasso di rischio". E' il quoziente di pericolo che un personaggio è disposto a sobbarcarsi pur di raggiungere il suo scopo. Ma il paradosso è che, a parte una sequenza assolutamente usuale nella quale si mostrano le ricerche della polizia, con una Whoopy Goldberg detective gay senza nessun senso ai fini della storia, i due genitori di proprio non fanno praticamente nulla. Attendono. Attendono nove anni, che un bambino entri in casa loro e gli chieda se può tagliargli l'erba del prato in cambio di modico compenso. Core de mamma Pfeiffer riconosce ad istinto suo figlio, lo fotografa, lo mostra al marito. E i due scoprono che il ragazzino abita in realtà a cento metri da casa loro.
Intendiamoci, non che non possa capitare, ma è evidente che dal punto di vista narrativo in questo punto il film si declassa a b-movie definitivamente.
Il resto è melassa prevedibile. Crisi a catena in tutta la famiglia, il fratello maggiore avviato su una brutta strada non regge all'urto del fantasma del fratellino che diventa realtà soppiantandolo così anche concretamente nell'affetto dei genitori. Eppure saranno proprio i due ragazzi ad arrivare dove gli adulti non arriveranno. Non diciamo per scrupolo cosa fosse accaduto al fratellino, dove fosse andato a finire, ma sta di fatto che ora è lui che si trova a dover scegliere tra due famiglie diverse. E naturalmente sceglie. Ecco che il film proietta i piccoli di fronte a grossi bivi e lascia i grandi nella loro incapacità di affrontare anche i piccoli bivi. Questo ribaltamento non giova alla credibilità del tutto. Vero è che a volte i ragazzi dimostrano più maturità degli adulti, più difficile è immaginare che un ragazzo dimostri più maturità di tutti gli adulti. Ma il meglio, la perla che smaschera questo film per quello che è, e cioè un cartoon con pretese poetiche e psicologiche, è a venti minuti dalla fine.
Il film a quel punto ha ampiamente sottolineato la sua tesi di base, e cioè che a volte ti può capitare di perdere un figlio (concretamente) ma puoi anche perderlo all'interno del nucleo familiare (la semi-delinquenza del fratello maggiore). A queste possibilità, però, va aggiunta quella - clamorosa - che gli sceneggiatori si lascino via la figlia più piccola. Non se ne sa più nulla, sparisce a un dato punto del film per non tornare mai più. Colmo dei colmi, in un film sulla perdita dei figli, a meno che il discorso non fosse ironico e sottilissimo, ma è un'ipotesi che non ci sentiamo di sposare.
Cosa dire di questa tendenza del cinema americano ? Una serie di film sta popolando le sale parlando d'amore in questo modo ambiguo, confuso, poco forte. E' uno strano bisogno di patos facile, a buon mercato, che dalle soap si sta espandendo a certo cinema. Dispiace vedere dei veri purosangue, come la Pfeiffer, incappare in questi scivoloni, ma il cinema ha anche leggi commerciali evidentemente molto difficili da superare. Rimane un senso di fastidio per la falsità con la quale ogni argomento è trattato, per lo scandaglio psicologico affidato agli attori, e naturalmente riuscito solo in scarsissima misura.
Un critico ben più esimio suole scrivere: Questo film è per chi....
La domanda ci è sorta spontanea uscendo dalla sala. Diciamo che se avete tre figli, ne perdete uno, non lo cercate, lo ritrovate per caso, ne perdete un altro e poi li ritrovate tutti e due (perché il terzo ve lo siete dimenticato) allora sì, questo film è per voi.




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