AIDS: AUMENTANO ETEROSESSUALI E DA UN ANNO MALATTIA NON DIMINUISCE
Sono 59.500 i casi di AIDS notificati
in Italia dall'inizio dell'epidemia.
E nel 2007 non si e'
piu' registrata la tendenza al declino dell'incidenza della
malattia che invece aveva caratterizzato l'ultimo decennio.
Oggi piu' di una persona su due scopre di essere
sieropositiva al momento o poco prima della diagnosi di
AIDS.
Accade sempre piu' di frequente che finche' non si
manifestano i sintomi gravi della malattia non si sa di
essere sieropositivi.
Le caratteristiche delle persone
infette o con AIDS sono cambiate rispetto all'inizio
dell'epidemia: sono sempre meno i tossicodipendenti mentre
aumentano le persone che prendono l'infezione per via
sessuale.
E il fenomeno riguarda adesso piu' gli
eterosessuali che gli omosessuali.
Aumenta anche l'eta' delle
persone colpite che, per i casi di AIDS conclamato, ormai
supera i 40 anni.
Sono aumentati i cittadini stranieri
colpiti dalla malattia: all'inizio dell'epidemia erano l'1%
mentre ora siamo addirittura al 20% dei casi di AIDS e si
arriva al 30% delle nuove diagnosi di infezione, quindi 1
persona su 4 fra i nuovi sieropositivi e' straniera.
Questi
i dati del nuovo rapporto epidemiologico dell'ISS presentati
durante il convegno ''La ricerca italiana sfida l'HIV''
promosso da Fondazione MSD e Istituto Superiore di Sanita'.
''Purtroppo da circa tre anni stiamo assistendo ad una
stabilizzazione dell'incidenza di nuovi casi di AIDS e i dati
ci confermano la difficolta' di riuscire ad andare al di
sotto di questa soglia - spiega Giovanni Rezza, Direttore del
Reparto di Epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanita'
(ISS) - sicuramente oggi rispetto al 1995 siamo ad un livello
molto piu' basso, circa a meno della meta' dei nuovi casi per
anno, ma questo dato e' ormai fermo da troppo tempo.
Questo e' dovuto al fatto che molte persone, piu' del 60%
di quelle a cui oggi viene diagnosticato l'AIDS, non avevo
fatto terapia antiretrovirale nella maggior parte dei casi
perche' non sapevano di essere sieropositivi.
Non credo che
la gente non sia informata sul rischio della malattia -
prosegue Rezza - ma spesso all'informazione non consegue
necessariamente una percezione del rischio e neanche
un'attitudine a comportamenti protetti.
Inoltre oggi le
campagne di informazione rispetto al passato sono molto meno
visibili e il fatto di vedere meno ammalati, magari tra amici
e parenti, non genera quella paura che serve da deterrente
per comportamenti a rischio''.
Approfondimenti:
Ministero della Sanità
Organizzazione Mondiale della Sanità